Qui l'archivio dei Pensieri della settimana.
Page 1 of 4
> >>
Gesù ci dà il potere di gestire il mondo cioè le tante occasioni quotidiane che bussano alle nostre porte: alla porta della mente, del cuore e dell'anima. Tutte le cose ci passano dentro, accanto, attraversano il nostro essere. Ma noi siamo chiamati a gestirle, con quel potere che ci viene dato ogni giorno proprio dal passaggio stesso delle realtà, delle cose, delle persone. Le realtà ci avversano solo se siamo addormentati: se non siamo desti nella veglia quotidiana della prontezza, della responsabilità di essere lì, al momento presente, alla porta, per distinguere ciò che viene incontro a noi al momento, in questo preciso avvento. Addormentandoci nella superficialità, nel lasciar fare, nell'indifferenza, nell'abitudine e nel fare tanto per fare, le cose si accumulano su di noi e ci schiacciano e ci impediscono di vivere, sovrastandoci sempre più. Quello che avviene, quell'avvento che passa accanto o dentro di noi, non è mai più forte di noi, se ci rendiamo conto di avere questa coscienza del portinaio responsabile, che sa ciò che deve e ciò che non deve lasciar passare, che sa far attendere o chiamare la persona giusta, che sa distinguere ciò e chi sta venendo in casa. Essere alle porte della vita: ecco che cosa ci viene affidato. Un compito importante, una responsabilità coinvolgente, una gioia esaltante, per essere consapevoli della potenza della coscienza, del potere del rendersi conto, del valore del vegliare per cogliere le occasioni giuste ed evitare quelle ingiuste. Portinai di questo mondo, saremo a nostra volta accolti nell'avvento della serenità, della gioia e della vita rinnovata. Dio si fida di noi tanto che possiamo gestire queste infinite realtà che vengono incontro a noi come avvento di avventura o di sventura. (L.S.)
Ogni Domenica, rinnovando la professione di Fede durante la Messa, diciamo: Credo nello Spirito Santo, la Santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne e la vita eterna. AMEN Certamente non tutti sappiamo cosa sia la Chiesa cattolica, la vita eterna, lo Spirito Santo, la risurrezione e la comunione dei santi....La morte non può quindi essere la fine di tutto e il ritorno al nulla. Per il cristiano essa non è angoscia straziante, separazione disperata: è l'incontro definitivo con Dio e con coloro "che ci hanno preceduto nella casa del Padre, dopo essersi addormentati nella fede", per riprendere le parole della liturgia. Invece di essere annientamento e distruzione, essa è completezza e pienezza. E un passaggio, non un termine: "Per coloro che credono in te, o Signore, - leggiamo nel prefazio dei defunti - la vita non è tolta ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un'abitazione eterna nel cielo".La liturgia non ha pianti, perché ciò di cui essa fa memoria non è la morte, ma la speranza della risurrezione. La liturgia non ha lacrime, se non asciugate dalla mano di Dio, perché essa non è memoria della lacerazione, ma profezia di futuro, di nuova comunione. La vita eterna è la cosa più seria e più forte che Gesù ha preparato per noi. Se Dio è amore, mi vendicherà della mia morte. La sua vendetta è la risurrezione, un amore mai più separato. Dio salva, è il suo nome. Salvare significa conservare. E nulla andrà perduto, non un affetto, non un bicchiere d'acqua fresca, neanche il più piccolo filo d'erba. L'eternità fiorisce nei verbi della gioia, non nell'ansia del ragionamento. Perché Dio, nella sua più intima essenza, non risponde al nostro bisogno di spiegazioni, ma al nostro bisogno di felicità.
Solo se siamo piccoli possiamo comprendere ciò che è grande, perché il Vangelo non è la riuscita in una disputa o in un confronto di conoscenze ma un porsi nel cuore stesso di Dio accogliendone la logica e l'insegnamento nella sua pienezza. La risposta che Gesù dà al maestro della Legge "incrocia" l'amore di Dio e l'amore del prossimo, ma con sottolineature differenti. Incrocia cioè mette in croce come su due bracci: verticale cioè Dio e orizzontale cioè l'uomo. Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua intelligenza. La totalità dell'amore è nei confronti di Dio perché solo se mente e cuore sono riempiti del suo amore rimangono davvero liberi, cioè collocati in un mondo dove nessuno è straniero ma si sente amato come a casa propria . Amerai il tuo prossimo come te stesso. Qui Dio non chiede la totalità; l'amore, anche il più forte, non fa mai dell'altro un dio; ma la comparazione con quell'amore, quell'accettazione, quella pazienza che dobbiamo anzitutto a noi stessi per non ributtare sull'altro quanto è irrisolto in noi. Nel primo caso l'amore deve essere totale, senza misure e limiti; nel secondo caso, il criterio e la norma di valutazione sta nel fatto che tale amore verso gli altri deve essere di pari misura ed intensità, ovvero di qualità come è quello che portiamo verso noi stessi. In ambedue i comandamenti c'è un aggettivo possessivo "tuo". Proprio un aggettivo possessivo! Verrebbe da dire: il prossimo non è nostro, come il cuore per amare (non fisico) non è nostro, come la mente non è nostra (è più grande di noi e non possiamo farne possesso), come l'anima non è nostra (non ha i confini per stare con noi). Oltre la grammatica, diciamo che "tuo" è aggettivo "che ci introduce nella nostra vita qualche cosa o qualcuno"; che il cuore, l'anima, la mente e il nostro prossimo si rendono presenti a noi in ogni possibile momento. "Tuo" sta ad indicare che essi (le altre persone) presentandosi nella nostra giornata bussano il nostro amore, quello profondo e vero che dà incontro e condivisione.
Probabilmente tutti gestiamo forme di potere; anzi è mancata assunzione di responsabilità vivere alcuni ruoli di fatto dismettendoli o senza esercitarli nella loro pienezza. Pensiamo a quei genitori che vogliono fare gli amici dei figli; hanno già dato le loro dimissioni educative come genitori, rinunciando ad essere autorità che fa crescere. Ma pensiamo anche ad altri ambienti (scuola, economia, politica, ecc), si fanno scelte populiste che fanno aumentare il consenso ma non elaborano decisioni pur difficili in ordine ad una crescita o al bene comune. L'autorità dovrebbe essere la scelta di un popolo per arrivare a tutte le genti quindi l'elezione non è mai un titolo di merito. Ma quando entrano logiche di parte si tende a scombinare per interessi particolari e non di tutti. L'autorità ha solo il colore dell'accoglienza e del servizio; l'autorità che si fa servizio vive il Signore anche senza conoscerlo perché capace di vivere quella libertà che Dio pone come orizzonte interpretativo dei suoi comandamenti: Fuori di me non c'è dio (Is 45,5) Coloro che riescono a mantenere il cuore staccato dalle varie divinità alle quali sacrifichiamo tutto di noi ( lavoro, sport, riposo, ecc.... vissuto come alternativa alla fede) sanno mettersi sulla linea salvifica di Dio anche da non credenti. Solo così comprendiamo la risposta di Gesù sul pagamento o meno delle tasse a Cesare. Egli chiede: "Questa immagine ed iscrizione di chi sono?" Sappiamo che è quella di Cesare, appellato con il titolo di "divino"; questo titolo è oggi ( e non solo oggi) molto di moda per etichettare sportivi, divi, attori, ecc, per questo ben censurato da Gesù: "Rendete a Cesare quello che è suo e a Dio quello che è di Dio". Solo Dio è Dio, gli altri sono caricature pericolose che divinizzando se stessi sacralizzano il loro potere e giustificano tutto ( è l'unico giorno libero... devo riposarmi, ecc) togliendo il tempo che è per Dio e per la comunità...). Anche la Chiesa avverte: " Ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca appieno". (Is 45,4) cioè non ha fine il suo insegnamento per dare a Dio e a Cesare ciò che aspetta a ciascuno di loro
Siamo nell'ottobre missionario, e questa parabola è come una spada per tranciare le illusioni di un 'cristiano della domenica' come lo siamo tante volte. Il Dio della festa che ci viene presentato è inafferrabile: se da un lato infatti è insistente nella sua bontà invitante, dall'altro è severissimo nei confronti di chi non lo accoglie. Sono due estremi nel modo di considerare Dio per ricordarci che dobbiamo sempre ripartire da zero perché Egli è sempre nuovo, oltre il nostro pensare: questa è la missione del credente. La parabola ci incoraggia alla conversione di noi stessi e ci domanda: credente, dove sei? Sei destinato alla festa o ad essere allontanato da essa? Questa festa della fede ci ha davvero raggiunto o è una farsa? I veri bisognosi della missionarietà, senza escludere l'azione missionaria come tutti intendiamo, sono proprio i cristiani distratti e volti chissà dove o che hanno dimenticato Dio e trascurano di coltivare la fede. La sala di nozze vuota di essi ( cioè le nostre comunità, i nostri incontri di catechesi per adulti) non ci fa riflettere? Lo sconosciuto oggi tra le nostre famiglie è proprio Gesù. Perché? Accettarlo è accogliere la sua croce... cioè il Vangelo senza ma e senza se...., purtroppo abbiamo troppo arricchito la festa cioè la nostra vita di fede con le nostre scuse e paletti perchè non diventi mai festa di nozze. Ma l'invito potrebbe essere anche al banchetto dell'eucaristia cioè la Messa ma con l'unica condizione di dimostrarci interessati all'invito e consapevoli dell'onore, indossando la veste adatta. Questa veste è la fede autentica, che si manifesta nel vivere in armonia con Dio, con la comunità e con tutta la famiglia in cammino verso Dio.
n noi c'è la tentazione del vignaiolo omicida: annullare l'altro, profittare delle cose e delle occasioni, rifiutare tutto ciò che non viene costruito e ideato da noi. Il mondo e il presente sono due grandi occasioni dove possiamo mostrare la potenza e giocare le nostre carte vincenti, per il nostro successo materiale o per il nostro potere personale. L'altro e il mondo diventano la "nostra spazzatura", il luogo dove riversiamo tutto ciò che facciamo, il luogo dove lasciare tutto quello che abbiamo appena vissuto, sperimentato, assaporato per noi... per noi però. Ma questo tempo ci sta insegnando che tutto o quasi può essere riciclato, riutilizzato...la legge del riciclaggio vale anche per noi. La persona che oggi rifiutiamo, non dialoghiamo, non visitiamo... potrebbe essere quella di cui domani abbiamo bisogno. Se non rispondiamo con serietà al Vangelo, Gesù non ci assicura che domani potremo godere della sua Parola, passerà ad altri più interessati e attivi di noi. Il racconto della parabola narra in modo esplicito l'intreccio della nostra infedeltà con la passione ostinata di Dio per l'uomo. Gesù anticipa ciò che sta per accadere: come i profeti e come Giovanni, anche Lui verrà rifiutato. Gli ascoltatori vengono raggiunti nelle loro presunzioni. Sono convinti che Gesù parli con loro, in realtà il Maestro parla di loro. Quanti messaggeri Dio manda nella nostra vita e quante chiusure e falsità ancora segnano il nostro rapporto con Lui. Quando ci apriremo per davvero alla sua visita? Forse anche noi siamo convinti che Gesù parla con noi e non di noi; siamo certi di essere a posto, sereni con la tessera aggiornata e fedele del buon cristiano. Forse mentre ascoltiamo questa Parola ci vengono in mente gli altri... che dovrebbero proprio farsi un bell'esame di coscienza a partire da questa parabola ... se c'è anche uno solo pensiero sugli altri, allora questa parabola è proprio per noi e parla di noi, se non abbiamo pensato agli altri... allora proviamo a viverla veramente come rivolta a noi..
Gesù non perde occasione di metterci di domenica in domenica davanti a delle parabole che ci costringono a deporre le nostre maschere e a cercare la verità della nostra fede, purtroppo noi non abbiamo "mai" tempo (anzi voglia) per leggerle. Il testo è geniale: Gesù racconta la parabola, la fa commentare ai diretti interessati e poi la spiega per far capire che si stava parlando proprio di loro. Le parole di Gesù mirano a mettere a nudo quelli che credono di essere giusti e si sentono già a posto. Il vero cieco è chi crede di vedere, il vero peccatore è chi si crede giusto. Uno dei figli dice prontamente "Sì!" e fa una bella figura, ma poi non fa niente. L'altro dice "No" e tutti si stupiscono, ma poi si rimbocca le maniche e fa la volontà del Padre. Questo ci fa capire che è il fare ad essere decisivo, mentre il dire resta comunque sempre ambiguo. Il ricredersi, il ritornare sui propri passi, dire con sincerità il proprio peccato e poi rimboccarsi le maniche per ripartire fa pure intuire il percorso di conversione e di pentimento del figlio che fa la volontà del Padre. Ci dice che la nostra vita non è chiusa dopo un errore; che anche una caduta può essere importante per rialzarsi e cambiare strada; perché puoi, anzi devi cercare sempre la vita nuova. Forse è per questo che le prostitute e i pubblicani sorpasseranno gli scribi e i farisei e quindi anche noi... I primi si sono lasciati amare da Gesù e hanno visto il loro peccato. Gli altri (...noi?), certi di essere i primi della classe, erano convinti di vedere gli angeli, di essere già in paradiso e quindi perfetti. In realtà, non hanno visto niente, nemmeno la cosa più ingombrante: la loro presunzione!
C’era un tempo in cui le mamme, oggi nonne, non lasciavano mai sfuggire un tratto sbagliato della vita dei figli. Sapevano, nel loro grande amore, che era un voler loro bene e che, se non correggevano a tempo debito, si rischiava che il male diventasse una triste abitudine di vita. Oggi purtroppo questo impegno è scomparso nella maggioranza delle giovani famiglie, con i frutti che tutti vediamo...È diventata una moda quella di ‘criticare’, fermandosi ad una visione superficiale su chi ci sta vicino o ‘ci passa’ vicino. Difficile trovare chi vede il bene o con carità ci aiuta a uscire dal male, con il dono umile dell’ammonizione, che non deve mai essere e neppure apparire quasi una superiorità, ma solo desiderio profondo di bene. “In un mondo che va perdendo la capacità di amare - affermava Paolo VI agli inizi del ’60 - man mano che perde la capacità di conoscere Dio, e facendo dell’uomo centro supremo del suo pensiero e della sua attività, divinizza se stesso, spegne la luce della verità, vulnera i motivi dell’onestà, della giustizia e della gioia, noi proclameremo la legge dell’amore che si sublima….” Ci sono troppi silenzi pericolosi, nella politica, nell’economia, nella scuola, nella famiglia: silenzi che fanno tanto male a tutti e lasciano spazio al delinquere. Ascoltiamo Gesù: Disse ai suoi discepoli: Se il tuo fratello commette una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà avrai guadagnato tuo fratello..., La comunità intera dovrebbe avere a cuore il recupero di quanti sbagliano a partire dalle singole associazioni, dai gruppi e da qualsiasi realtà locale, senza che si mostri lontananza e indifferente, ma coltivando la medesima sollecitudine che nasce dall’esempio dello stesso Signore.
Cosa significa vivere da cristiani? Rispondere senza esitazioni alla chiamata di Cristo. 1) Chi dice "cristiano" dice "discepolo di Cristo". Discepolo è colui che segue le orme del maestro, conquistato dal suo sapere e dalla sua saggezza. Il cristiano segue le orme di Cristo, il cui invito non riguarda solo preti e suore, ma tutti i battezzati, senza eccezione. 2) Accettare le esigenze di questa chiamata. "Rinneghi se stesso". Rinnegare se stesso, vuol dire abbandonare tutto e mettersi, come Abramo, su di una strada, senza sapere dove conduce; vuol dire mettere a tacere le preferenze personali per conformarsi, nel modo di pensare e di vivere, alla volontà di Dio. Per il cristiano significa prendere come regola di vita il vangelo delle Beatitudini. 3) Giungere, se è necessario, fino al dono totale di sé. Questa è l'esigenza dell'amore. Consacrare al Signore tutte le risorse dell'intelligenza, della volontà, del cuore, della libertà, per fare solo ciò che lui vuole. Essere i testimoni della fede, i messaggeri della sua Parola, portatori del suo amore e, se lo vuole, vittime come lui sulla croce per la salvezza del mondo: "Se qualcuno vuole essere mio discepolo, prenda la sua croce". 4) Per Gesù allora il verbo più importante non è soffrire ma amare, e lui non è venuto per soffrire, ma per amare. Però amare il Padre e tutte le persone richiederà di soffrire, fino alla morte in croce. Così Gesù mette in luce una cosa che chi ama davvero già sa: l’ amore si vede quando deve affrontare il dolore e la sofferenza per la persona amata fino anche all’estremo, cioè offrirsi in cambio.
24 agosto 2008
Quando Gesù chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”, le loro risposte rispecchiarono le diverse teorie e speculazioni riguardo Gesù diffuse nella loro cultura. Se la stessa domanda fosse posta da Gesù oggi, le risposte sembrerebbero forse più colte, ma sarebbero molto simili. Invece di evocare Elia, Giovanni Battista o Geremia, si evocherebbero forse le speculazioni dell’ultimo convegno sulla cristologia, o ancora i risultati di un recente sondaggio di personaggi televisivi, sportivi… importanti e attuali, tanta è la nostra ignoranza nella fede... Gesù ascolterebbe gentilmente, forse sorridendo. Poi però giunge la vera e propria domanda: “Voi chi dite che io sia?”. Non possiamo più rifugiarci dietro ad opinioni di altri, siano teologi o conduttori di dibattiti televisivi. Gesù vuole la nostra risposta, la nostra posizione personale nei suoi confronti. È quello che succede con l’atto di fede. Gesù lancia una sfida a ogni persona direttamente e personalmente: “Tu, chi dici che io sia?”. La nostra risposta possa essere quella di Pietro: “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente”. La nostra risposta possa essere quella della Chiesa, che fu fondata da Cristo su Pietro come su una pietra, affinché il “credo” diventasse un “crediamo”: Crediamo in Dio, Padre onnipotente..., in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio..., per opera dello Spirito Santo... incarnato nel seno della Vergine Maria. E per non rimanere solo teorici, dobbiamo verificare il nostro rapporto con Cristo vivente e operante nella Chiesa. E' nella Chiesa che Lui ha posto tutta la sua grazia e il suo amore, è nella Chiesa che noi incontriamo Lui e ci lasciamo costruire, santificare e salvare da Lui. Siamo membri vivi e operosi nella Chiesa? Ci lasciamo legare e sciogliere in essa? Siamo operai attivi per far conoscere e vivere il vangelo?